Tesi per il V° DAN

Tesi per il V° DAN di Matilde Cavaciocchi

TESI TECNICA
CORRISPONDENZE TRA KATA E RANDORI, STUDIO SUI PRINCIPI D’ATTACCO E DI DIFESA
di Matilde Cavaciocchi

PREMESSA
In questi ultimi decenni il Judo nel suo aspetto tecnico si è ristretto sempre di più, assumendo semmai connotati di specializzazioni nella parte agonistica, o di studio del Kata e dei fondamentali nella parte didattica, certo, anche attraverso l’insegnamento di Kaeshi, Renraku e Bogyo no waza, ma perdendo di vista quei principi fondamentali che hanno fatto grande la nostra disciplina. Non solo gli esercizi di Kata e Randori sono diventati scollati l’uno dall’altro, ma si è persa anche l’abitudine di lavorare sui principi tecnici del Judo, limitandosi ad insegnare perlopiù solo un esiguo numero di tiri in maniera approfondita, tralasciando spesso uno studio serio sulla maggior parte delle tecniche che compongono il Go Kyo, e soprattutto non curando quelli che sono i principi che animano le azioni d’attacco e di difesa. Lo studio infatti si limita molto spesso alle tecniche da Randori, per non dire da gara, e molto spesso contestualmente alla gara stessa.

Questo ha contribuito a distorcere l’idea di questa disciplina piegandola ad un mero scopo sportivo. Una parte di responsabilità credo sia da addebitarsi ai Giapponesi, in quanto non hanno avuto la volontà in questo ultimo cinquantennio di farci pervenire il pensiero completo di Jigoro Kano, pensiero che riguardava il Judo ma anche aspetti importanti dal punto di vista culturale, pedagogico, filosofico, esportando semmai libri di grandi campioni (essere campioni non significa essere Maestri…), pregiatissimi dal punto di vista tecnico-agonistico, ma dai quali non è stato sempre possibile estrapolare un pensiero guida sul Judo, né quei principi basilari che dovrebbero a parer mio guidare, ispirare la nostra didattica.
La mia idea non è che la competizione sia di per sé sbagliata, diciamo che invece di essere considerata una parte importante ai fini della formazione di un Judoista è diventata l’unico scopo della pratica, riuscendo a distorcerne il significato, oscurando quegli aspetti educativi, filosofici, ma anche tecnici che il Judo ha in sé. Certo che attraverso le competizioni ne ha guadagnato la diffusione del Judo, il prezzo pagato è stato però molto alto. Le conseguenze di tutto ciò sono molteplici, una ad esempio è stata quella di creare una scissione tra agonisti e tradizionalisti, perdendo di vista il fatto che il Judo è unico, e che questi due aspetti sono inscindibili: nella tradizione del Judo sono comprese le competizioni, anche se evidentemente fatte con uno spirito un po’ diverso da come vengono proposte oggi. Un’altra conseguenza è stata quella di limitare lo studio del Judo e dei suoi principi. Dal Kodokan di Tokyo, istituzione peraltro eminentissima, vengono infatti dettate le direttive su come deve essere praticato ed eseguito il Kata, ma anche su alcuni aspetti didattici della tecnica, insegnando cioè il Go Kyo. Ovviamente esiste anche lo studio di Renraku e Kaeshi Waza, ma è sempre contestuale, non attinge mai da principi più generali, da una Teoria con la T maiuscola a cui ricondurre questi principi.

Venendo all’argomento di questa Tesi, ho praticato Judo svariati anni in una scuola di Judo Tradizionale, fondata dal M° Cesare Barioli, in cui attraverso la classificazione delle difese (Go, Chowa e Yawara no Bogyo che in pratica si riconducevano all’idea di bloccare, anticipare, seguire), si articolano tutta una serie di contrattacchi (quello che dirò da qui in poi in riferimento a questa scuola è quanto ho compreso e percepito personalmente, non c’è e non ci vuole essere una analisi ufficiale ma solo appunto quanto io ho elaborato in questi anni, elaborazione inerente ad alcuni aspetti di questo insegnamento).

I CONTRATTACCHI
Questa teoria si è ulteriormente ampliata nel tempo prendendo in considerazione una classificazione dei contrattacchi sulla base della temporalità dell’attacco, cioè prima, durante e dopo di esso, ed ancora, prima di prima, teorizzando, anzi riteorizzando quello che viene definito il Sen no Sen, o Sen Sen no Sen, evolvendosi rispetto alla precedente idea per cui un contrattacco veniva portato solo dopo aver eseguito una delle tre difese citate sopra. Infatti, l’idea di attaccare mentre l’avversario ci attacca, o prima che questo ci attacchi, non implica di fatto un uso della difesa, quanto semmai un mantenimento dell’equilibrio nel primo caso, e un’intuizione nel secondo.

GLI ATTACCHI
Da questa scuola, la teoria dei contrattacchi si collegava ad una classificazione degli attacchi, che partiva dall’atteggiamento dei contendenti, veniva cioè chiamato Omote un attacco fatto in una situazione in cui Uke aveva l’iniziativa (ex: Uke molto attivo, che tira o spinge, Tori entra nella sua azione da una situazione più dimessa, più passiva, sfruttando la sua energia, riuscendo a portare la tecnica), chiamando Sen un attacco diretto, dove è Tori ad avere l’iniziativa, di movimento, di squilibrio, di forza, per cui si crea da solo “attivamente” l’opportunità, chiamando Go no Sen (e qui ritorniamo nei contrattacchi) la situazione in cui Tori si difende da un attacco di Uke e contrattacca, infine chiamando Sen no sen quella situazione particolare in cui Tori attacca mentre l’avversario “pensa di attaccare”, sorprendendolo in una posizione che per una frazione di secondo si scopre vuota e indifesa (posizione ambigua quella del Sen no sen, poiché è difficile stabilire con precisione se appartenga alla categoria degli attacchi o dei contrattacchi…). Infine c’è Hyoshi, che sta per “Ritmo”, per cui con un piccolo ma deciso movimento del corpo si da l’idea ad Uke di voler agire in un certo modo, provocando una reazione, e poi si agisce in un altro, azione praticamente coincidente con l’idea di Damashi, confusione. Resta ovviamente invariato un altro principio d’azione, che è il renraku in generale, dove Tori attacca, uke difende, e Tori attacca di nuovo in base alla difesa di Uke.
Nella logica di tale “cosmologia”, lo studio di questi modi di attaccare e contrattaccare si affaccia anche alla sperimentazione di stati mentali particolari. Infatti, l’idea di attaccare mentre l’avversario ci attacca, o di attaccare quando questo “pensa” di attaccarci, porta a sviluppare una “mente di non opposizione”, calcando sull’importanza di non pensare a vittoria o sconfitta, ma entrando nell’azione di Uke in maniera diretta, senza controintenzioni , senza che la mente e il corpo siano impegnati in una reazione difensiva bloccante. Ovviamente questo determinato tipo di esercizio oltre che allenare un particolare stato mentale dovrà anche avere un corrispondente aspetto tecnico, che in genere si concretizza prima nel provare in uchi komi, e poi in movimento, attraverso il kakari geiko, esercizio che avvicina sempre più il praticante al Randori . Questa concatenazione didattica farà si che dalla forma si passi alla non forma, da Kata si passi a Randori ⑵e consentirà agli allievi di sperimentare veramente nel Randori quello che hanno appreso attraverso questo excursus, proprio perché il passo sarà più breve e si potrà beneficiare di un reale collegamento in fase espressiva di quanto appreso in fase di apprendimento. Non solo, ma tale complessità didattica non si dovrà solo limitare ad una o poche tecniche, ma spazierà in molte situazioni, preferibilmente in tutte le tecniche, perché studiandone la forma, poi le combinazioni, poi le difese e i contrattacchi nel senso di cui sopra, e scaturendo il tutto nel Kakari Geiko , si avrà una ricchezza didattica notevole, che sicuramente si esprimerà nel Randori, che risulterà essere tecnicamente più vario e interessante, non essendo incentrato solo su poche tecniche da usare in gara.
Questa teoria va comunque oltre. Non solo permette di connettere le azioni tecniche al Randori attraverso questa dinamizzazione, ma le ricollega, o meglio dire, le riconduce al Kata. Non so se chi ha ideato questo metodo sia partito da questo tipo di studio per sondare i contenuti del Kata, o se sia partito da quelli che riteneva essere i contenuti del Kata e i principi da esso contenuti per approdare a questo tipo di didattica che pervade lo studio e l’applicazione dei fondamentali. Per quanto concerne lo studio dei principi di attacco (sen, sen no sen ecc.), viene da pensare (ma è una libera interpretazione…) che questo Maestro si sia ispirato al Kendo più che al Judo, e anche al famoso “Libro dei cinque anelli “ di Miyamoto Musashi, di cui è stato tra l’altro traduttore. In questo libro, scritto nel 1643, vi erano già ampiamente contenuti ed illustrati con dovizia i principi di cui sopra, naturalmente applicati all’uso della spada o di due spade, contro uno o più avversari, con particolari ed abbondanti riferimenti allo spirito, al respiro, allo stato mentale, allo sguardo e ai movimenti degli occhi, all’attenzione, alla tattica psicologica, alla strategia, al rapporto con la vita e con la morte, tutte componenti che non si limitano al mero studio del gesto tecnico, ma scandagliano in lungo e largo l’animo umano, e lo “utilizzano” così come si utilizza un’arma. Lì possiamo appunto trovare i corrispettivi di Sen (Ken no Sen), Omote (Tai no Sen), Sen no Sen (Tai Tai no Sen), principi che illustrano il luogo temporale dell’attacco rispetto a cosa sta facendo l’avversario. Questo tipo di terminologia effettivamente non è molto conosciuta né usata a livello didattico nelle palestre di Judo, mentre invece è abbastanza presente in altre discipline marziali, come ad esempio appunto il Kendo. Si dice in una famosa scuola di Kendo:
“YOMI (feeling, lettura, comprensione della mente e del movimento del compagno)” è il momento in cui si riconosce ciò che accadrà nel futuro ed è un estremo piacere cerebrale.
Come viene detto in psicologia “YOMI (feeling, lettura, comprensione)” e “YOSOKU (predizione)” sono ovviamente capacità da studiare e non innate.
Ma non sono date dalla struttura fisica, sono l’accumulazione di esperienza ed informazioni e delle capacità di cui è fatto un essere umano.
Quindi queste sono legate non solo al risultato in “shiai”, il quale tende ad essere ottenuto grazie ai riflessi, ma anche alla “figura” del Kendo, la quale diverte facendoci migliorare la nostra pratica.
Come si può notare, nel Kendo lo studio dello stato mentale è meno latente e più presente, mentre oggigiorno nel Judo lo studio generalmente inizia e finisce con la tecnica e la preparazione atletica. Questo fatto non era presente ai tempi dei decimi Dan, come testimonia Sakujiro Yokoyama nel suo “Judo Kyohan” del 1915, tradotto da P.Brignola, dove, non solo parla di sen, sen no sen eccetera (vocaboli appunto ad oggi in disuso), ma anche di stati mentali, descrivendo dettagliatamente quella che oggi un moderno professore di educazione fisica chiamerebbe “la propriocezione”:

Senso di percezione dei muscoli.
Nel judo abbiamo i termini sen, go no sen e sen no sen. Per sen s’intende che uno prenda l’iniziativa, rompa l’equilibrio dell’altro e applichi delle tecniche approfittando della prima opportunità che gli si offre. Per sen no sen e go no sen s’intende che quando l’altro rompe la nostra posizione noi ritorciamo la sua tecnica a nostro vantaggio rompendo la sua posizione oppure, avvalendoci della sua posizione dopo l’attacco, a nostra volta l’attacchiamo o, in altre parole “contrattacchiamo”. Questo é di grande importanza nel combattimento. Nel judo, se usate solo gli occhi per capire in quale direzione stia andando il vostro avversario e quale sia la tecnica più adatta per intervenire, arriverete sempre in ritardo. L’opportunità é un attimo che fugge via. Pensate che sia il momento giusto per attaccare quando ormai é troppo tardi. Quindi dovete percepire il momento ancor prima che appaia ai vostri occhi e anticipare il momento dell’azione. Per tutto questo gli occhi non sono sufficienti. Voi dovete affidarvi al senso di percezione dei vostri muscoli. Per esempio, nel go no sen é questione di un attimo il trasformare un successo in un fallimento. Non c’é altro modo per capire se l’opportunità é a portata di mano se non affidarvi al senso di percezione dei muscoli. Talvolta il judo é come “praticato al buio”. Questo perché noi, con il senso di percezione muscolare, possiamo sapere sia lo stato dell’ avversario che il nostro. L’istinto dovrebbe suggerire la cosa giusta da fare al momento giusto. Il cosiddetto “occhio della mente” che significa percepire con la mente e non con gli occhi, non é nient’altro che il senso di percezione muscolare. Esso si sviluppa gradualmente con la costante pratica del judo, ma si svilupperà lentamente a meno che non prestate attenzione all’allenamento fisico e mentale così come allo studio dei principi del combattimento.”

Come dicevo pocanzi nella pagina 3, la teoria della scuola del M° Barioli si è ulteriormente connessa allo studio dei Kata, dando vita ad un originale sistema di studio partendo proprio dai principi di attacco e di difesa di cui sopra, per cui,secondo questa visione, sono stati rintracciati nel Nage no Kata i principi Sen, Omote, Go no Sen, Sen no Sen e Yoshi, ma anche nel Katame no Kata (che secondo questa scuola studia il Kime, l’energia della lotta a terra più che le tecniche in sé) è stato identificato l’aspetto temporale dei contrattacchi nelle 3 prime leve (contrattacco prima che venga portato a termine l’attacco in Ude Garami, contrattacco durante l’attacco in Juji Gatame, contrattacco dopo l’attacco in Ude Gatame).
Questo studio, incentrato sempre sul rapporto tra Kata e Randori, ha coinvolto anche gli altri Kata.
Parlando di Ju no Kata viene applicato il Ju come principio dei contrattacchi, evidenziandone la morbidezza, l’adattabilità appunto, la posizione forte ma mobile, per cui ad un’azione di Judo può corrispondere una reazione alla quale può corrispondere ancora un’altra reazione e così via, senza che l’energia si interrompa, finchè uno dei due contendenti avrà la meglio, facendo così risaltare quella reale cedevolezza negli attacchi, nelle difese e nei contrattacchi che si vede molto bene per esempio nel “Randori davanti all’Imperatore”. Tale collegamento è stato messo in pratica perlopiù alternando l’esercizio di Kata a quello di Randori, sfruttando così l’idea dei vasi comunicanti, per cui qualcosa del Randori passa nel Kata e viceversa, al fine di vivificare il Kata e non renderlo un esercizio sterile, e rendere il Randori più tecnico e cedevole, così come prescriveva il Fondatore. Questo studio ha insistito appunto, oltre all’alternare queste due pratiche, anche ad applicare i principi del Ju a varie tecniche e contrattacchi. Non si tratta più di opporsi rigidamente e con la forza ad un attacco, ma semmai di assorbirne l’energia e sfruttarla a nostro favore, che è un concetto più evoluto ma che ricalca il vero senso tecnico del Judo. Quello che si vuole ottenere da tutto ciò è un atteggiamento fisico e mentale elastico, cedevole, che porterà veramente a sfruttare l’energia dell’avversario e rendere questa maniera di fare reale, e non solamente quella formuletta accattivante scritta nei principali libri di Judo, che ha reso questa nostra pratica così fascinosa, peraltro spesso tristemente smentita quando guardiamo una gara.

La stessa cosa è stata fatta nel Kime no Kata, sempre attraverso l’esercizio alternato di Kata e Randori, o comunque di Kata ed esercizi che conducono al Randori (anche di applicazione della forma). Come nel Ju no Kata, anche nel Kime no Kata lo scopo di questo tipo di esercizio è quello di conferire più energia al Randori e alla tecnica, e nello stesso tempo arricchire la tecnica e il Randori di precisione e forma.
C’è da aggiungere che se in questa scuola il termine Kime viene associato ad una “intenzione senza riserve”, vi è anche un altro senso, che è:

KI Spirito, energia, forza interiore
KIME Eleganza di movimento, colpo andato a buon fine.

Per cui viene da pensare che questo Kata promuova non solo lo studio della decisione, ma anche della bellezza, suggerendo che solo attraverso un gesto tecnico bello, elegante, si giunga a poter esprimere nel modo migliore l’energia (non dimentichiamo che Judo è il miglior impiego dell’energia…). La concezione estetica giapponese infatti, quella che ci proviene dal Budo Classico, è connessa con la potenza dell’espressione, quindi si estrinseca attraverso la forma perfetta. Praticando a fondo questo Kata si dovrebbe tendere quindi a purificare la nostra forma da movimenti spuri, inutili, errati o ridondanti, con un conseguente effetto a cascata in questa direzione nel Randori..

RIEPILOGANDO:

GLI ATTACCHI:
1) l’attacco di Tori può essere di tipo Sen, vedi nel Nage no Kata uchi mata, tomoe nage, sumi gaeshi, uki waza, dove l’iniziativa di tori è chiara (muovo, sposto, tiro, provoco uke). In questa categoria possono essere inclusi anche renraku e damashi waza (è sempre tori che ha l’iniziativa). In questa categoria rientrano ovviamente anche renraku e damashi waza.

2) Oppure tori può attaccare conformandosi ad un’iniziativa più o meno vigorosa di Uke (principio Omote, anche se ho delle riserve su questo tipo di terminologia, vedi nota n° 2), situazione nella quale tori non è attivo come nel precedente principio ma si immette nell’azione attiva di uke (uke spinge avanti, tori approfitta della spinta, ed esegue uki otoshi, ecc,). Secondo questa scuola gli attacchi omote del nage no kata sono per esempio uki otoshi, kata guruma, harai goshi eccetera, attacchi portati sull’iniziativa di uke che spinge più volte finchè non viene proiettato.

3) La terza strada è che tori agisca prima dell’attacco di uke, quando questo pensa di attaccare e si trova per un momento vuoto nella posizione e nella mente, quindi vulnerabile, e qui si parla di Sen no Sen (che questa scuola identifica con sasae t.k.ashi). Da notare come in altre discipline marziali questo termine corrisponda anche ad un attacco portato contemporaneamente all’attacco di uke (vedi nota precedente).
Qui si entra allora nell’ambito dei contrattacchi.

I CONTRATTACCHI
1) Il contrattacco più praticato avviene generalmente dopo l’attacco di uke, spesso a seguito di una difesa, ex. Uke attacca in hane goshi, tori blocca e contrattacca in o goshi o ushiro goshi,, oppure uke attacca ippon seoi, tori difende, uke esce e tori attacca sasae tsuri komi ashi, e in questa scuola corrisponde a uki goshi.

2) ma esiste anche il contrattacco durante l’attacco di uke (ex. attacco di o soto gari, contrattacco di uki otoshi, piuttosto che uchi mata sukashi che è definito così ma altro non è che un contrattacco durante, oppure attacco di ko uchi gari, contrattacco in hiza guruma, eccetera), che corrisponde nella suddetta scuola a ippon seoi nage.

3) per sfociare nel contrattacco prima (quando l’attacco è appena partito , in questa scuola è ura nage che rappresenta questo principio), o prima di prima, cioè sen no sen se l’attacco è solamente nella mente di uke, principio rappresentato da sasae t.k. ashi ( non è stato facile giungere a questa classificazione poiché le discipline marziali che ho analizzato non sempre davano la stessa interpretazione, quindi vi pregherei di considerare il mio non uno studio esatto ma semmai una ricerca sui termini, ricerca che vuole analizzare e approfondire un metodo e non dare certezze linguistiche assolute).

ESEMPI DI STRATEGIA DI ATTACCHI:

SEN
OMOTE
GO NO SEN
SEN NO SEN

ESEMPI DI SEN UCHI KOMI (in movimento, tori ha l’iniziativa)
ESEMPI DI OMOTE UCHI KOMI (in movimento, tori agisce sull’iniziativa di uke)

ESEMPI DI CONTRATTACCHI:

CONTRATTACCO DOPO L’ATTACCO
1) CON DIFESA (uke attacca o uchi gari, tori fa difesa go e rientra in uki goshi, uke attacca o soto gari, tori fa difesa chowa e contrattacca in ushiro goshi, uke entra in uki goshi, tori fa difesa yawara e contrattacca in uchi mata)
2) SULL’USCITA DI UKE (uke attacca hane goshi, tori difende e sull’uscita contrattacca in o soto gari o sasae t.k. ashi)

CONTRATTACCO DURANTE L’ATTACCO
1)Uke attacca o soto gari, tori contrattacca uki otoshi
2)Uke attacca o uchi gari, tori contrattacca o uchi gari kaeshi

CONTRATTACCO PRIMA
1) Uke pensa di attaccare o soto gari, al limite può partire, tori attacca o guruma

ESEMPI DI KAKARI GEIKO
Uke attacca o soto gari, tori può rispondere o contrattaccando dopo (ex sull’uscita o dopo una difesa go ex o soto gari go o soto gari)
Uke attacca o soto gari, uke può contrattaccarlo durante il suo attacco (ex. Ushiro goshi, ex. Obi otoshi o uki otoshi o ashi guruma)
Uke pensa di attaccare o soto gari, tori può contrattaccarlo prima ( ex. O guruma o sasae t.k. ashi).

PASSAGGIO DA KATA A RANDORI

Il Ju no kata è esplicativo di come l’energia tra i contendenti sia continua e non si fermi. Quanto più si riesce ad allenare questo importante aspetto di continuità, di non interruzione, di fluidità, tanto più otterremo un Judo fluido, non spigoloso, realmente basato sull’adattabilità, sullo sfruttare la forza dell’avversario e non sull’imporre la nostra, che può essere un aspetto del Judo, ma non l’unico e nemmeno quello più rappresentativo di questa disciplina.
Alternando la pratica del Ju no Kata all’allenamento dei contrattacchi (oltre che del Randori), soprattutto quelli che implicano un atteggiamento di non opposizione, di adattamento all’azione di uke, personalmente ho ottenuto buoni risultati, mi sono man mano trovata a fare un Randori meno forzoso, ad utilizzare maggiormente le tecniche di contrattacco, a fare meno fatica ed ottenere risultati migliori, gestendo meglio la mia energia e le mie riserve. La mia tensione nel Randori si è un po’ alla volta allentata, e per quanto fossi sempre concentrata mi trovavo ad essere più disponibile a subire la tecnica dal mio compagno pur di riuscire qualche volta a coglierlo con un contrattacco. Ho iniziato a capire che è più importante fare ippon che riuscire a non farselo fare, perlomeno nel Randori, perlomeno in certe fasi di studio (non parlo certo dello Shiai). Studiando la respirazione attraverso il Kata la mia resistenza durante il Randori è aumentata, la gestione dell’energia è in generale migliorata.
Per quanto riguarda invece il Kime no Kata, basato anch’esso interamente sui contrattacchi (non esistono attacchi diretti né nel Ju no Kata, né nel Kime no Kata, e questo dovrebbe essere esplicativo di quanto sia importante in questa disciplina l’entrare in una sorta di armonia con l’azione del compagno per batterlo…), l’alternanza della pratica di questo Kata con esercizi o di contrattacco, o di attacco in generale, o con il Randori, ha anche stavolta sortito su di me buoni risultati. Nel periodo in cui praticavo questo tipo di allenamento ho acquisito maggiore determinazione e decisione nel Randori, non tanto legate ad un atteggiamento violento, ma semmai all’esprimere energia in modo molto determinato al momento giusto. Se si osserva una buona esecuzione di Kime no Kata si può notare come ai momenti di massima espressione del Kime si alternino momenti di quiete, si percepisce un’alternanza Yin Yang che suggerisce che anche nell’esercizio libero non si debba stare costantemente in tensione ( pena l’arrivare alla fine del Randori sfiniti, sia mentalmente che fisicamente, contravvenendo al principio del miglior impiego dell’energia…), ma che la tensione, o la decisione come dir si voglia, debba essere espressa in momenti circoscritti, più brevi possibile. Tecnicamente, questo Kata può essere alternato sia con la pratica dei contrattacchi, curando in modo particolare l’aspetto della decisione, sia con l’allenamento della tecnica in generale. E’ sempre il Kime, inteso come decisione ma anche bellezza, pulizia del gesto, quasi minimalista, senza ridondanza, senza azioni spurie, senza interruzioni, senza controintenzioni, che deve essere curato (senza ovviamente tralasciare l’aspetto del controllo).
Ho potuto notare che l’alternanza tra Kata e Randori, a seconda se fosse il Kime o il Ju, mi faceva entrare in stati mentali diversi: nel caso del Kime no Kata ero più tesa, più assertiva, cercavo di somigliare più a una lama tagliente e veloce, mentre nel caso del Ju no Kata la mia mente era più recettiva, più paziente, più disposta ad accogliere.
Ho trovato una unione e un’intesa tra questi due aspetti soprattutto quando ho cominciato a praticare intensamente Koshiki no Kata, che raccoglie e sintetizza sia l’idea di cedevolezza che di decisione.
Da notare come anche in questo Kata gli attacchi di Uke siano prevalenti, solo in pochissime tecniche è Tori ad attaccare….

Tutto ciò, allenato attraverso l’uchi komi, e poi il kakari geiko, ha tra gli altri scopi quello di introdurre nel Randori quanto si è appreso attraverso gli esercizi di forma. Questo perché un addestramento di tale genere dinamizza la forma, riproducendo situazioni reali che si ritrovano normalmente nell’esercizio libero, non solo, ma gli conferisce una notevole molteplicità tecnica. Se ci pensiamo bene, spesso nelle palestre la lezione si riduce alla spiegazione tecnica, uchi komi e Randori, e in genere il Randori non riflette una grande varietà tecnica, ci si limita perlopiù a pochi tiri, e si nota un atteggiamento mentale ostile fra i contendenti, che in qualche modo rispecchia lo Shiai più che la ricerca tecnica che dovrebbe caratterizzare l’esercizio libero. Così facendo c’è il rischio che si insinuino fattori emotivi forti, per cui si bada più a vincere che a studiare il Judo. I fattori emotivi, quella tensione particolare che conosciamo, si dovrebbero estrinsecare invece limitatamente al momento della gara, o quantomeno a momenti di allenamento riservati a questo scopo, non dovrebbero pervadere, invadere il Randori conferendogli così una connotazione marcatamente agonistica.
Lo studio del Kata (inteso anche come quella branca che comprende tutti gli esercizi di forma), dovrebbe quindi anche bilanciare il fattore emotivo, lavorando sull’autocontrollo, sul controllo di uke e sul controllo della propria tecnica. Non dimentichiamoci infatti che, anche secondo i più moderni criteri scientifici, potenziando troppo l’espressione tecnica attraverso quelle che sono chiamate le capacità condizionali (forza, velocità, resistenza), si rischia di accentuare nel praticante i cosiddetti vizi motori, a scapito delle abilità motorie, e un vizio motorio è qualcosa che si toglie con difficoltà, mentre una abilità motoria dal momento che viene acquisita deve solo essere potenziata. Il vizio motorio, o abitudine motoria, si toglie con difficoltà non solo perché traccia un profondo solco a livello neurofisiologico, solco che poi è difficile riazzerare, ripianare, ma anche perché se è legato ad un momento espressivo, emotivo forte, questa traccia sarà ancora più profonda nella mente, diverrà sempre più connaturata. Ecco perché introdurre il praticante troppo presto alla gara, ma anche ad un Randori che ricerchi troppo l’efficacia, è generalmente sbagliato. Come del resto è sbagliato, rispetto all’idea completa del Judo, far praticare solo poche tecniche e tralasciare lo studio delle altre, anche per un esperto. La specializzazione dovrebbe avere uno spazio a se stante visto che in genere è utile per la gara, ma non dovrebbe diventare il fulcro, il cuore della pratica judoistica nella palestre, se non per un periodo o per una fase prestabilita.
Il Kata, e gli esercizi ad esso legati, servono anche a ribilanciare questa componente emotiva forte, oltre che a dare l’opportunità al corpo di muoversi totalmente, cimentandosi in tanti tipi di tecnica, perlopiù a destra e sinistra, riequilibrando inoltre quelle storture, quegli atteggiamenti posturali che si acquisiscono negli altri momenti di pratica.

RIFLESSIONI PERSONALI

Vorrei esporre a questo punto le mie personali riflessioni a proposito di questo metodo didattico e del “Metodo didattico” in generale.
Ho studiato Judo per 12 anni circa nella scuola del M° Barioli, e quindi ho potuto sperimentare di persona il metodo che ho cercato di illustrare sopra (avrò senz’altro tralasciato molti aspetti e contenuti importanti ma ho cercato di sintetizzare come meglio ho potuto). Mi sento di affermare che per la mia crescita judoistica è risultato un metodo eccellente, per molti aspetti insuperato, che è riuscito a fornire moltissime risposte alle domande che mi facevo, stimolando veramente tanto la mia fantasia, la passione, la ricerca tecnica e morale. Il mio desiderio sarebbe che tutti lo conoscessero e lo praticassero almeno per qualche anno, per poi decidere ovviamente cosa è meglio per loro. Per quanto riguarda la teoria del Nage no Kata, personalmente non sono in grado di giudicare se i principi di cui si parla siano contenuti in questo Kata così come è stato ideato da Jigoro Kano, perlomeno non in maniera così esplicita. In questo Kata sono certamente illustrati dei principi tecnici, ci sono attacchi portati sull’iniziativa di uke, attacchi diretti, attacchi difensivi, tutta una serie di opportunità e di reazioni da parte di uke che possono indurre un esperto ad approfondimenti e studi, peraltro giungere a quelle esatte conclusioni è qualcosa che credo vada oltre, di cui si assumerà la responsabilità chi ha intrapreso quel cammino.

Certo è che per un lungo periodo questa scuola è stata per molti judoisti un punto di riferimento, riuscendo a supplire ad un vuoto di senso che portava i praticanti a fare Kata solo per l’esame, senza capire il significato che questo esercizio portava in sé, riuscendo in qualche modo a riconnettere il Kata con il Randori e viceversa. Uno studio così articolato e complesso sulle opportunità di attacco e di difesa è comunque un buon metodo di lavoro, indipendentemente dal fatto che esse possano essere contenuto in questi termini nei principi del Nage no Kata. E credo che se nelle palestre questo metodo venisse adottato, la qualità del Judo ne sarebbe accresciuta. Inoltre c’è da dire che nel corso dei decenni ci sono stati personaggi quali ad esempio Donn Draeger che non si sono dichiarati d’accordo con l’unificazione dei Kata fatta dal Kodokan di Tokyo (perlomeno sul risultato ottenuto), addebitando a questo Istituto la responsabilità di aver snaturato il Kata e di non averne comunicato l’essenza, riducendolo ad un mero esercizio formale. Draeger nei suoi scritti afferma che, avendo avuto accesso agli appunti di Jigoro Kano grazie ad una serie di eventi fortunati e di conoscenze particolare, il Kata moderno non rispecchia lo spirito e i contenuti originali del fondatore. Nel suo famoso libro, scritto insieme a Tadao Otaki “ Judo formal tecniques”, Draeger ribadisce che molte delle tecniche sono Go no Sen perché è uke che ha l’iniziativa con l’idea di attaccare attraverso una spinta Tori, il quale indietreggia recuperando la posizione, e al secondo passo, visto che uke insiste nella volontà di squilibrarlo, allora cerca di azionare un contrattacco azionando lo squilibrio, ma non riesce nel contrattacco, e riesce solo al terzo passo agendo in modo da interrompere l’azione di uke attraverso la tecnica. E questa dinamica si ripropone durante il Kata. In Kata guruma, anche se la dinamica non cambia, Draeger descrive però Uke, anche se impegnato in un atteggiamento di attacco, più reticente a farsi squilibrare (vista evidentemente l’esperienza di Uki otoshi…), e più attento nella sua iniziativa, che tori gli sottrae comunque attraverso lo squilibrio e il piegarsi con la testa. Tutto ciò è più associabile ad una strategia che ad una più semplice ricerca di kuzushi, tsukuri e kake.

Inoltre, citando un articolo di Draeger:
“Parlando della natura preordinata del kata, scoprii qualcosa negli appunti tecnici di Jigoro Kano che ebbe un ‘effetto bomba’ su di me, almeno fino a quando non la compresi pienamente. Ve lo voglio trasmettere. Quante volte avete sentito un judoista dire: “il kata … boh. Non usarlo mai per l’allenamento. Credo invece che l’uchikomi sia la maniera migliore per imparare la tecnica”?
Ecco l’effetto bomba: nella mente del fondatore l’uchikomi è kata. Pensateci. Nell’uchikomi non abbiamo niente di più che un metodo prefissato di lavoro con uke. Ripetiamo certe azioni con un uke più o meno cooperativo. Sappiamo entrambi quello che succederà.”

Questo concetto esprime pienamente quello che ho espresso ne “Il Judo come sistema”, che cioè uchi komi e Randori siano un microcosmo, un sottosisema dell’intero sistema Judo, e che per fare un Judo in senso stretto, non importa conoscere i Kata, basta conoscere il “Kata” di alcune tecniche utilizzabili in esercizio libero o in Shiai.

Peraltro, se leggiamo “ Judo Kyohan” di Yokoyama citato pocanzi, ecco che subentrano svariati dubbi sul fatto che Nage no Kata di J. Kano illustrasse i principi di cui sopra.
Ma andiamo per ordine, ed analizziamo alcuni aspetti della questione:
l’opportunità di praticare i Kata alternandoli con il Randori era una pratica diffusa ai tempi di Jigoro Kano

Il Fondatore parla chiaramente del fatto che ad esempio Randori no Kata illustrano le strategia del Randori e non solo le tecniche principali, come del resto parla del fatto che per correggere atteggiamenti di Randori distorti e violenti usava praticare Ju no kata introducendo più chiaramente l’idea della cedevolezza. Questo però era un periodo storico che risentiva molto dell’eredità del Jujitsu, dove perlopiù si praticava sottoforma di kata e solamente da poco anche il Randori. E Kano continua… Ho creato i diversi kata perchè il metodo d’insegnamento iniziale, che inseriva il kata nel randori (ad esempio: se fai questo, l’altro si sbilancia così; e se lo tiri, lui fa forza in questo modo…) non era praticabile con tanti allievi. Ho selezionato le principali strategie e ho composto Nage-no-kata con 3 movimenti in cui si usano prevalentemente mani e braccia, 3 in cui si usa l’anca, altrettanti in cui si usano piedi e gambe, e infine 3 di ma-sutemi, e altrettanti di yoko-sutemi. Ho cercato di illustrare la strategia fondamentale del nage-waza con queste forme.

Perché Kano chiama strategia il Kata? Esiste o no una strategia di attacco-difesa che sia illustrata nel Nage no Kata? Secondo i giapponesi, questo Kata vuole mostrare ed evidenziare kuzushi, tsukuri, kake e nient’altro. Ma questo contraddice quelle teorie che vogliono che dietro il kata dei lanci ci sia tutta un’esposizione dei principi sopra citati, e i sostenitori di questa teoria dicono che Kano parla appunto di strategia…
Ma torniamo a Judo Kyohan di S. Yokoyama, e leggiamo cosa dice di questo Kata:

SPIEGAZIONE DEL NAGE NO KATA
26. KODOKAN NAGE NO KATA.

Sebbene il ju jitsu abbia molte tecniche solo poche di esse possono andar bene per lo sviluppo fisico ed il combattimento. Inoltre non sono ordinate in modo sistematico e didatticamente non hanno alcun legame tra loro. Di conseguenza sia l’insegnante che l’allievo si trovano a disagio. Jigoro Kano ha migliorato queste tecniche imperfette potenziandone i pregi ed eliminandone i difetti. A queste ne ha aggiunte delle altre completamente nuove. Solo dopo tanti esercizi e difficoltà egli é riuscito a mettere a punto queste tecniche. Le tecniche sono legate tra loro e ben ordinate. Come già visto nel paragrafo 23, egli ha diviso queste tecniche in cinque gruppi: Te Waza, Koshi Waza, Ashi Waza, Ma Sutemi waza, Yoko Sutemi waza. Questi gruppi costituiscono il soggetto del Kodokan Nage. Successivamente, grandi maestri di judo convocati da tutto il paese dalla Butoku Society hanno, dopo attente analisi, definito il kata della Butoku Society, il kata dei nage (lanci N.d.T.) adottato in blocco dal Kodokan.

Già leggendo questa parte del libro si capisce come Kano abbia dovuto fare prima di tutto un lavoro di cernita di tecniche di Ju jutsu, e poi anche di modifica, di miglioria, aggiungendone anche di nuove. Seconda cosa, ha dovuto classificarle (te, ashi, koshi waza ecc.), dopodichè le ha rese dinamiche con il movimento e lo squilibrio.
Andiamo avanti con il testo di questo Maestro, che illustra Uki Otoshi:

27. UKI OTOSHI. (Sollevare e tirare giù)

La prima tecnica del Kodokan Nage é Uki Otoshi. Voi e il vostro compagno fate il saluto in ginocchio come nella fig.16 Quindi alzandovi con calma avanzate uno verso l’altro fino a una distanza di circa un metro, avanzate il piede dx e assumete migi shizen tai come nella fig.17. Vi afferrate nella presa naturale destra con la mano sx che afferra la manica dx dell’altro e la mano dx che prende il bavero sx. Quindi mantenendo questa posizione squilibrate uke in avanti a dx muovendovi nella stessa direzione come già spiegato nel paragrafo 20. Uke avanzerà quanto necessario per mantenere la posizione. Apparentemente non ci sarebbe l’opportunità per proiettarlo, ma non é così. Dopo due o tre passi, uke avanza, per inerzia, di circa 20-25 cm per passo pensando che andando avanti in questo modo possa mantenere la posizione naturale. Questa é l’occasione da prendere. Al terzo passo, mentre indietreggiate allontanate sempre indietro il vostro piede sx, come nella fig.18 e appoggiate il ginocchio a terra, e nel contempo tiratelo verso il suo avanti destro con l’impeto del vostro corpo e delle vostre braccia.
Trovandosi tirato più di quanto non si aspetti non riuscirà più a mantenere la posizione naturale. La sua posizione si romperà in avanti a destra e compiendo un grande cerchio cadrà sul dorso al fostro fianco. Quindi si rialzerà ed eseguirà la tecnica a sx. Tutte le tecniche verranno eseguite a dx e a sx. Verrà comunque sempre spiegato solo la forma a dx. Nei casi in cui la presa sia simile a quella di uki otoshi si dirà semplicemente che si é assunta la posizione migi shizen tai. Uki Otoshi é una tecnica molto interessante. Sembra facile mentre invece é difficile. Il modo di tirare di uki otoshi può essere utilizzato per qualunque altra tecnica. Gli allievi sono quindi pregati di studiarla e verificare quando possa essere usata.”

Nell’affrontare kata guruma la dinamica non cambia, né cambia in harai goshi, sasae t.k.ashi, né nelle altre tecniche dove si diceva che l’iniziativa era di uke: “uke spinge, trova resistenza, spinge più forte non trova resistenza, spinge ancora e tori approfitta” noto come principio Omote.
Ecco che da questo scritto si capisce chiaramente che l’azione non è di uke che spinge, ma di tori che lo tira creando squilibrio, l’iniziativa di uke è limitata al primo passo, al fare la presa.
Ho l’impressione che quando J.Kano parla di strategia si riferisca a tutto questo, alla cernita delle tecniche, all’aggiunta di altre, alla classificazione fatta, al rompere la posizione di uke con lo squilibrio, all’attacco portato in movimento, illustrando qualcosa di molto più semplice e se vogliamo elementare rispetto alle teorie che vogliono vederci i principi sen, sen no sen eccetera. A quei tempi c’era l’esigenza di riorganizzare e modificare tutto un sistema che vigeva ai tempi del Ju jutsu, e che non andava più bene. Molti del Ju jutsu non facevano neppure Randori, e magari facevano Kata adoperando tecniche cruente, voglio dire che troppe erano le cose da cambiare, già lo squilibrio era un concetto evoluto ( e certamente non così in uso nel Ju Jutsu ), che da solo avrebbe potuto essere assimilato all’idea di strategia.
E’ chiaro che questa è una visione più semplice della realtà, il nostro problema è come creo squilibrio in Randori, ed è qui che entrano in gioco le varie strategie, i vari modi, più attivo, più passivo, mi immetto nell’azione, ostacolo l’azione, cedo, resisto, seguo, difendo, contrattacco, provoco reazione, e chi più ne ha più ne metta, ma credo che sia improbabile che il fondatore abbia avuto l’idea di mettere tutto ciò nel Nage no Kata, così come ci dimostra Yokoyama. Il Judo era allora giovane, ed andava completamente organizzato. Non credo che ci fosse l’intenzione di collegare più di tanto il Kata alle strategie di Randori. Il Kata semmai era dimostrativo di alcune tecniche e di alcune opportunità, quindi kuzushi, tsukuri e kake. Già l’idea di Kuzushi, Tsukuri e Kake era evoluta rispetto al Ju jutsu, dinamizzava il combattimento, anzi, creava il combattimento, l’esercizio libero.
Naturalmente nessuno di noi era nella mente del Prof. Kano ai tempi in cui ideò tutto questo, ma senz’altro Kano del 1882 non sarà stato lo stesso degli anni ’20, anche lui si sarà evoluto, sarà cresciuto. Forse non è nemmeno troppo realistico attribuirgli pensieri e teorie che esulano dalle cose che ha scritto (o che magari ha scritto ma non ci sono pervenute), che peraltro sono tante ed interessanti, però d’altra parte non sono pervenute dal suo paese d’origine se non attraverso traduzioni di occidentali, che forse, grazie ad una mentalità più speculativa, hanno cercato di compiere un’analisi più approfondita dando vita a delle interpretazioni per molti versi interessanti, da prendere in considerazione, ma che restano tuttavia interpretazioni.
La mia idea è che il problema vero a questo punto non stia tanto nell’interpretazione del Nage no Kata, quanto semmai nel fatto che queste strategie, di attacco e di difesa, non sono più molto studiate, non parlo all’interno del Kata ma in generale, rendendo così il Judo meno dinamico e meno vario, si pensa a portare poche tecniche invece che sfruttare un patrimonio più vasto, e così si creano limiti su limiti, specializzazioni che restringono il campo sempre più. Senz’altro lo studio delle strategie, quelle di cui ho parlato in questa tesi, potrebbero aiutare a riportare il Judo ai livelli di bellezza e di integrità ai quali arrivò molto tempo fa. Anche se non è accettato il fatto che lo studio delle strategie sia contenuto nel Kata dei lanci, questo non ci deve esimere dalla possibilità di riprenderlo in considerazione, smitizzando così uno smodato uso dello speciale, della forza, della vittoria in gara a tutti i costi.
Il Judo è un sistema educativo innanzitutto, ed è anche molto vasto, viste le sue componenti oltre che tecniche anche filosofiche, morali, storiche. Forse vale la pena di studiarlo approfonditamente e di non lasciare troppo sullo sfondo quegli aspetti di bellezza, crescita umana, educazione che hanno reso così grande il Judo, magari lasciando da parte le infinite polemiche sul significato del Kata, accettando anche punti di vista diversi dal nostro, anche con la possibilità di organizzare discussioni a riguardo, ma rimanendo coesi sul fatto che, ognuno a suo modo può contribuire a restituire smalto, vitalità, bellezza, valore etico ed educativo a questa nostra disciplina.

Da Freebudo
Takeichi Otani 9’ Dan
Alcune impressioni sul Judo attuale.
Rivista Ufficiale del Kodokan di Tokyo
vol. 10 n’ 5 dd 11.11.1960

Mi è capitato dopo il Campionato del Mondo di Judo di sentire dire:
” Il Maestro Kano sarebbe contento di questo se fosse ancora vivo ?”
Penso che se Kano fosse ancora in vita avrebbe sicuramente pianto.
La ragione risiede nel fatto che il Judo, elaborato con tanta fatica dal Maestro, è già cambiato , ed in male.
Il Judo del Maestro Kano permetteva al debole di battere il forte, ma oggi il Judo è divenuto la tecnica del forte.
L’originalità del Judo risiedeva nella ricerca del massimo risultato con il minimo sforzo, ma i nostri giovani Judoisti hanno dimenticato tutto questo, ed è con la forza che vogliono vincere.
Il Maestro Kano aveva l’abitudine di dire che il Judo doveva essere come una danza, intendeva dire che solo colui che raggiunge la morbidezza e la adattabilità può riuscire ad afferrare l’istante giusto per l’attacco. I Judoisti stranieri imitano il più delle volte il Judo del Giappone, ma ve ne sono alcuni che conoscono il vero senso del Judo.
Durante il Campionato alcuni stranieri hanno eseguito attacchi molto belli, che si accordavano con il movimento del loro avversario.
Essi combattevano seriamente e con una grande varietà di tecniche.
Un giornalista intervistandone uno, gli ha chiesto come mai non avesse usato una certa tecnica, conosciuta come la sua specialità.
Egli ha risposto che ha semplicemente usato altre tecniche.
Io lo ammiro, e penso che sia un vero Judoka.
La vera tecnica del Judo consiste nell’attaccare in accordo, seguendo i movimenti del nostro avversario, ed è sbagliato e male attaccare ciecamente con il proprio movimento preferito.
La gente si domanda se il Judo di oggi è superiore o inferiore a quello del passato.
E’ difficile rispondere, dovremmo far combattere i campioni attuali con quelli del passato, nelle condizioni in cui si trovavano quando erano nello splendore della loro giovinezza.
Il dilemma è insolubile, un confronto oggettivo non può essere fatto…..
…Per quanto concerne la tecnica penso che il Judo del passato fosse più avanzato, poiché c’erano poche competizioni e per i Judoisti il fine non era quello di prepararsi vincere come avviene oggi.
Il Judo poteva essere praticato senza costrizione né obbligo, più liberamente e tutte le ore di allenamento erano praticate unicamente volte verso il reale valore del Judo.
Parlando francamente, quando guardo una competizione dei nostri giorni, noto che le tecniche conosciute dai combattenti sono ben poche. Ancora più rari sono coloro che sanno attaccare sia a destra che a sinistra e quasi nessuno sa applicare Renzoku Waza. Quando si attacca con una tecnica, anche se questa non riesce, accade che la posizione di Uke venga rotta o che egli perda il suo equilibrio. E’ importante attaccare subito con un altra tecnica per non perdere questa chance.

Poi non è per niente pratico ritornare indietro, nella posizione iniziale, dopo aver attaccato, molto meglio è approfittare del nostro slancio per continuare nell’attacco.. …
…”L’essenza della competizione in Judo, è la posizione Shizen Hon Tai, la posizione fondamentale che è buona per l’attacco e la difesa e permette di combattere valorosamente.
Come si può essere fieri di assumere fin dall’inizio una posizione di difesa accovacciata e mantenerla per tutto il combattimento!
Durante una competizione per prima cosa bisogna cercare di vincere con un buon modo di combattere, ma si deve anche saper perdere con serenità e onore dopo aver combattuto in maniera perfetta.
Non dovremmo mai ammirare colui che per vincere usa tattiche contorte.
L’ammirazione sorge invece spontanea per coloro che riescono a perdere con bellezza, in essi possiamo infine vederci il vero Judo.
Evidentemente parlo come amatore e forse c’è un differente punto di vista, quello dei professionisti….
…..”Mi auguro che ogni Judoka impari ad essere corretto, il tempo del combattimento è limitato e prezioso, e non va sprecato in nessun modo.
L’etichetta del primo Judo imponeva di iniziare il combattimento tenendo la presa fondamentale, una mano alla manica l’altra al bavero.
Adesso fin dall’inizio ognuno fa tutto il possibile per fare la presa che crede gli convenga.
Tutto ciò è completamente contrario allo spirito dello sport, che vuole che gli avversari si fronteggino alla pari all’inizio del combattimento.
Se si fa in questo modo conta solo la forza, non la tecnica.
Si arriva a vedere persone che afferrano i due baveri scuotendo qua e là Uke solo perché sono più grandi e forti dell’altro.
Oltre ad essere sgradevole a vedersi, questo modo di fare, unito al ricercare prese scorrette, può anche provocare incidenti.
Nel passato si cercava di portare molta attenzione verso il nostro avversario, ci si preoccupava di ciò che poteva accadergli.
Ora questo non avviene più, e a causa di questo modo di fare gli incidenti aumentano.
Uno degli scopi del Judo è precisamente quello di evitare gli incidenti, dobbiamo reprimere tutto quanto è contrario allo spirito del Judo e alla etichetta per ottenere maggiore sicurezza, sia nell’allenamento che in gara.
Attualmente si parla spesso di categorie di peso.
Mi dispiace dirlo, ma nel Judo attuale è giusto tenere in considerazione le categorie di peso, almeno fino a che non si torni a praticare il vero Judo, quello della tecnica.
Se esitiamo ancora, un giorno vedremo la nostra sconfitta nei Campionati del Mondo.
Naturalmente questo vale per la nostra epoca, dove la tecnica è poco studiata.
Quando faremo dei progressi e quando avremo fatto sparire dal Judo l’eccesso di forza fisica , il problema dei pesi sparirà.
Così mentre da un lato spero di vedere applicate al Judo le categorie di peso, spero dall’altra che torni al più presto l’era del Judo, inteso come tecnica pura. …….
…….”L’arbitraggio del Judo è un po’ complicato, e spesso gli arbitri giudicano in modi diversi.
La tecnica del Judo impedisce un giudizio esatto, non è un qualcosa di misurabile come la corsa, ad esempio, e dipende tutto dalla sensibilità dell’arbitro.
Se la tecnica è eccellente o pietosa, tutto diventa facile, ma con una tecnica mediocre le cose si fanno più difficili.
Gli arbitri poi non sono tutti dello stesso avviso, credo che quindi sarebbe meglio se ci fosse un solo arbitro.
Non vuole soltanto dire che l’arbitro deve essere un alto Dan, ma che egli sia abile nell’arbitrare, assieme a imparzialità e rapidità di giudizio.
Con queste tre qualità un solo arbitro dovrebbe bastare. …..”

Come preannunciato da questo articolo si è affermata negli anni l’idea, probabilmente sempre pervenuta dal Giappone, o in ogni caso ivi sostenuta, che un Judoista si debba specializzare in poche tecniche (sono infatti molte le scuole giapponesi che invitano a studiare a fondo solo alcune tecniche, quali ad esempio O soto gari, Uchi mata, Seoi nage, che sono quelle più usate in Randori o in Shiai ), col risultato che lo studio tecnico del Judo si limita molto spesso quasi esclusivamente allo studio del tokui waza, o di pochi speciali, che devono poi essere quelli che in Shiai si cerca di applicare all’avversario, non curandoci del fatto se l’avversario abbia realmente falle che consentano di eseguire queste tecniche, quindi, invece che seguire così il principio del miglior impiego dell’energia, che mi consente di scegliere quella tecnica per cui effettivamente l’altro contendente è debole, decido di seguire il principio per il quale eseguo, impongo sempre e solo quello che so fare io.
Già ai tempi di Jigoro Kano e oltre alcuni grandi Maestri (come testimonia l’articolo di cui sopra), incluso il fondatore, si lamentavano della piega che il Judo stava prendendo, denunciando il fatto che la maggioranza delle tecniche era ignorata, o non abbastanza curata, tutto ciò si è poi strutturato, purtroppo, grazie alle posizioni basse e difensive sempre più in uso nelle competizioni, che veramente consentono realmente solo una rosa limitata di tecniche, tra l’altro personalizzate e adattate al contesto in cui ci si viene a trovare, magari ispirate alla lotta o al Sambo. Ecco perché oggigiorno assistiamo a delle competizioni in cui le tecniche portate sono più o meno sempre quelle, incorrendo in un’omologazione tecnica piuttosto che in una varietà tecnica.
Questo non accadeva fintanto che la posizione imperante era quella fondamentale, Shisen hon tai, che consentiva una qualità e una creatività tecniche notevoli.
Tutto ciò ha contribuito alla sportivizzazione del Judo, in senso peggiore del termine, cioè alla mera ricerca di un risultato sportivo, il risultato a tutti i costi.
Questo potrebbe essere un problema marginale se comunque nelle palestre fosse adeguatamente distinto il momento della competizione da quello dello studio del Judo a 360 gradi (che consentirebbe a tutti, e non solo agli agonisti, di fare Judo e di trarre una soddisfazione da questa pratica), ma purtroppo non è così. Nella maggior parte dei casi infatti la rincorsa al risultato sportivo permea e condiziona quasi totalmente la pratica di palestra, evidenziando la mancanza di cultura Judoistica in senso ampio, cultura che contiene i principi etici, tecnici, educativi e filosofici del Judo, comprendendo anche quell’idea di Sport per Tutti che anima la nostra Associazione.

Kata sia inteso come waza, sia inteso proprio come Kata, da notare che i due ideogrammi sono differenti, il Kata inteso come Nage no Kata ecc. si differenzia dal Kata inteso come forma tecnica per la durata temporale protratta

Per quanto riguarda questi principi di azione ho fatto una ricerca riguardante anche altre arti marziali, e sono approdata a questo schema, che naturalmente potrebbe non essere completo o del tutto esaustivo:

Iaido
il sen (chiamato anche sen no sen), consiste in un attacco simultaneo da parte dei due contendenti, solo che il colpo di Tori è più veloce di quello dell’avversario. Oppure questa dicitura può significare anche colpire prima del pronunciarsi dell’attacco dell’avversario.
Il sen sen no sen si riferisce al colpire l’avversario prima che si muova, anticipare l’intuizione.
Il go no sen si estrinseca invece al colpire prima che l’avversario porti a termine il colpo.

M. Musashi
Nel “Libro dei 5 anelli” si chiama Ken no sen (praticamente Sen) l’attaccare per primi dalla posizione, esplodendo con intenzione.
Si definisce Tai no sen lo sfruttare l’apertura data dall’attacco di uke, o anche attaccare con maggior vigore uke quando questo attacca.
Si definisce invece Tai tai no sen l’attacco contemporaneo di Uke e Tori
In questa scuola non si parla di Go no sen.
Da notare che il termine Omote usato nella scuola del M° Barioli non compare da nessuna parte come terminologia che indichi una strategia, ma nel libro di Musashi Omote indica i 5 attacchi che seguono l’attacco o l’iniziativa dell’avversario. E’ comunque un vocabolo che si ritrova nelle scuole antiche o ryu ( vedi anche Koshiki no kata), in cui è usato in un senso diverso, generalmente per indicare i kata principali, quelli che si imparano per primi.

Daito ryu
In questa scuola viene definito Sen l’assumere l’iniziativa e quindi attaccare.
Il sen no sen invece si riferisce all’attacco portato nello stesso momento in cui si viene attaccati.
Go no sen indica invece l’attendere un attacco e poi rispondere.

Karate
Nel Karate il sen no sen (o kake no sen) consiste nell’attaccare nello stesso momento in cui l’avversario da segno di eseguire un attacco.
Il sen- sen no sen (kake waza) consiste in un attacco diretto prima che l’avversario metta in atto una strategia (prima di prima).
Viene definito tai no sen l’attacco portato al momento dell’attacco avversario utilizzando la tecnica di difesa, che rientra nel concetto di go no sen, che indica il colpire difendendo, eseguire un contrattacco, parare e contrattaccare.

Judo: Glossario del Kodokan (dall’inglese, Dictionary of Judo)
I termini Sen, sen no sen e Omote non appaiono, appare invece Go no sen che è tradotto come sconfiggere l’avversario usando una tecnica che risponde a un attacco.

La propriocezione rappresenta la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. È resa possibile dalla presenza di specifici recettori, sensibili alle variazioni delle posture del corpo e dei segmenti corporei, che inviano i propri segnali ad alcune particolari aree encefaliche.

Tadao Otake e Donn Draeger “ Judo formal tecniques”

Da Kano Jigoro “Il judo e la vita’, Autobiografia” – Satsuki-Shobo, Tokyo 1983
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Per il kata del Judo-kodokan (dal libro sui kata di Cesare Barioli) Il motivo per stabilire i kata di scuola
Vorrei spiegare perché e come si sono resi necessari i kata del Judo-kodokan che sono ancora in uso.
Ho già raccontato come ho appreso il jiu-jutsu da maestri esperti che si erano formati alla fine del Bakufu. Anticamente il jiu-jutsu era praticato solo sotto forma di kata, ma proprio nell’epoca in cui terminava il Bakufu, al kata si è affiancato il randori.
Quindi è cosa abbastanza recente che i jujutsuka si siano dedicati all’esercizio libero, perché prima dell’epoca Ishin la maggior parte delle scuole raccomandava il kata trascurando l’esercizio libero. Ma tanto i miei insegnanti di Tenjin-shin’yo che quello di Kito-ryu praticavano kata e randori e io sono stato educato in entrambi e ho apprezzato questo metodo con la mia logica, perché il kata è la grammatica del discorso e il randori è il contenuto del messaggio.
Cioè come il randori ha bisogno del kata, per scrivere una frase comprensibile occorre la grammatica. Quando siamo esperti solo di grammatica, non siamo capaci di scrivere un buon messaggio, mentre scrivere senza conoscenza della grammatica non permette una comunicazione efficace. Così, anche nel judo, se non s’impara il kata, è difficile allargare l’esperienza ed altrettanto approfondirla fino alla padronanza magistrale dell’arte.
Studiando soltanto il kata prefigurato, ripetendolo sempre con lo stesso ordine e forma, quando si è coinvolti in un attacco improvviso, ci si innervosisce e si sbaglia. Per questo è necessario prepararsi alla situazione imprevedibile di un attacco non convenzionale in un momento imprevisto. Questo allenamento completa l’esercizio del kata.
Studiando kata e randori insieme, ho maturato una cosa. Cioè, con una certa esperienza di randori, ci si accorge che non si pratica più il kata di prima. Inoltre il randori risveglia interesse in quanto introduce un elemento di realtà nella pratica tanto che, pur praticando entrambi, certi allievi possono arrivare ad impegnarsi solo nel randori, trascurando il kata.
Nei primi tempi del Kodokan non facevo distinzione tra randori e kata, ma spiegavo la forma man mano che procedevo nel randori. Come si può spiegare la grammatica man mano che si procede a scrivere la lettera.
Ma questo metodo funzionava finché insegnavo direttamente agli allievi, uno per uno. Aumentando gli allievi il tempo non bastava più e soprattutto delegando altri insegnanti diventava difficile per loro adottare il mio metodo. Così è stato giocoforza stabilire i kata della nostra scuola.

La struttura dei kata
All’inizio insegnavo i kata originali di Tenshin-shinyo oppure di Kito-ryu. Ognuna di queste scuole presentava pregi, ma anche difetti. Allora ho creato dapprima il kata del nage con 10 forme, che poi sono diventate 15 quante sono tutt’ora, anche se kata-guruma e sumi-otoshi sono stati modificati.

Ho creato i diversi kata perchè il metodo d’insegnamento iniziale, che inseriva il kata nel randori (ad esempio: se fai questo, l’altro si sbilancia così; e se lo tiri, lui fa forza in questo modo…) non era praticabile con tanti allievi. Ho selezionato le principali strategie e ho composto Nage-no-kata con 3 movimenti in cui si usano prevalentemente mani e braccia, 3 in cui si usa l’anca, altrettanti in cui si usano piedi e gambe, e infine 3 di ma-sutemi, e altrettanti di yoko-sutemi. Ho cercato di illustrare la strategia fondamentale del nage-waza con queste forme.
Oggi anche il Katame-no-kata comprende 15 hon, ma prima erano 10. Ho scelto i principali waza di osae-komi, del nodo-jime e del kansetsu.
In questo modo ho voluto far capire la strategia del nage-waza e la meccanica del katame-waza con i rispettivi Nage e Katame-no-kata.
Più tardi è nato Kime-no-kata, che oggi comprende 20 hon: 8 di idori e 12 di tachi-ai. Anche in questo kata all’inizio c’erano solo 14/15 hon.
Nage e Katame-no-kata sono le basi del randori. Kime-no-kata era chiamato Shobu-no-kata che è la denominazione del combattimento reale nel jiu-jutsu di una volta. Non dovrei generalizzare, ma ho l’impressione che il kata di oggi sia privo di spirito rispetto a quello che veniva eseguito un tempo.
Considerando i kata che venivano praticati nelle ryu, in essi venivano eseguiti dei movimenti che non trovano riscontro nel randori. Probabilmente certi movimenti sono stati presentati secondo un gradiente di apprendimento e la loro applicazione veniva tenuta riservata. In questo modo il kata funziona poco perché il suo contenuto originale è tenuto nascosto. Per questo i kata originali delle ryu erano inadeguati agli scopi del Judo, quindi ne ho scelto i più utili e, modificandoli, ho creato il shobu-no-kata, cioè il kime-no-kata di oggi.

Accordo per il kata del Butoku-kai
Per creare il katame-no-kata e il kime-no-kata ho avuto aiuto anche dai jiujutsuka di altre regioni che erano confluiti nel Dainippon-butoku-kai.
Avvenne nel 39° anno di Meiji, quando il visconte Oura era presidente del Butoku-kai, Nelle sedi di questa istituzione venivano ad allenarsi persone di diverse ryu, ognuna praticando il suo stile. Ma il Presidente desiderava unificare la pratica diffondendo dei modelli di kata comuni a tutto il Giappone. E mi ha chiesto consiglio per raggiungere questo obiettivo.
Ho proposto che due capi-scuola, Totsuka Hidemi e Hoshino Kumon, ricevessero l’incarico di scegliere nelle varie regioni un gruppo di esperti per formare una Commissione che discutesse e decidesse un sistema di forme valido per tutta la nazione. Io avrei fornito gli argomenti di discussione, cioè avrei fatto le proposta dei kata.
Il Presidente accettò. Così è nata la conferenza con Totsuka, Hoshino e altri jiujutsuka di varie ryu, iniziando la discussione sulla base preparata da me con il shobu-no-kata del Kodokan.
Aggiungendo nuovi hon, abbiamo stabilito che idori ne contenesse 8 e tachiai 12. Questa struttura corrisponde alla concezione del Kodokan, e anche i nuovi hon sono stati ideati da me, e accettati dopo essere stati discussi finché tutti si sono convinti della loro utilità. Così questa forma vale tanto per il Butoku-kai quanto per il Kodokan.
Ugualmente il katame-no-kata del Kodokan contava 10 hon, ma ne abbiamo aggiunti 5 con la stessa prassi. Anche se tutto questo è stato fatto per il Butoku-kai, rispondendo alla mia concezione e trovandomi perfettamente d’accordo nelle conclusioni, possiamo dire che questo kata vale per il Butoku-kai come per il Kodokan.
Per nageno-kata non c’era nessuno tra i numerosi partecipanti alla commissione che fosse contrario alla mia proposta, quindi senza alcuna modifica il kata di kdk è stato adottato dal Butoku-kai. Perciò anch’esso è del Butoku-kai e del Kodokan.

Yawara-no-kata, Goo-no-kata
Yawara-no-kata non è stato condiviso ufficialmente dal Butoku-kai; la sua concezione si distacca da quella tradizionale del jiu-jutsu ed è un puro kata del Judo-kodokan. Ma questo kata è molto praticato, anche dagli esponenti del Butoku-kai.
Ne ho iniziato lo studio più o meno nel 20° anno di Meiji, ed esso ci consente di risolvere diversi problemi contemporaneamente. Prima di tutto ci fa capire i vantaggi dell’adattabilità rispetto alla forza. Nel dojo del Kodokan quando c’erano pochi allievi potevo insegnare bene come reagire alla forza, spostandosi avanti o tirandosi indietro. Ma in seguito, crescendo il numero degli allievi, non potevo più badare a tutti, e di conseguenza alcuni combattevano violentemente o applicavano le tecniche con forza. Per correggere questo difetto, ho introdotto l’allenamento al kata promuovendo movimenti corretti che portano il fare cedevole a controllare l’attacco duro; ad esempio: se l’altro spinge si cede e se l’altro tira si asseconda, lasciando sfogare la sua forza nel vuoto.
Per quelli che non sopportano il randori perché è troppo violento, si può proporre questo esercizio in cui vi è meno forza, ma ci si muove con tutto il corpo, le braccia e le gambe. Yawara-no-kata raggiunge questo scopo. E oltre al movimento non-violento questo kata non ha cadute, può essere allenato anche su un pavimento di legno, non fa prese al bavero o alla manica per cui può essere eseguito indossando un abito comune. Eppure, con i suoi movimenti morbidi e tranquilli prepara al combattimento reale, per esempio: se si è minacciati di un colpo lo si evita in questo modo, contro un pugnale ci si difende in quest’altro, se veniamo attaccati con un fendente lo si fa andare a vuoto, e afferrati al polso lo liberiamo con questo movimento. Ci sono anche degli altri pregi: è un kata che può essere apprezzato da tutti, oltreché dai praticanti di judo.
Nel ventesimo anno di Meiji anche questo kata contava 10 hon, che poi son diventati 15. Completamente diverso da Yawara-no-kata, c’è Goo-no-kata detto anche Goju-no-kata. Quest’ultima forma propone inizialmente di contrastare la forza con la forza e poi fa applicare a tori una reazione morbida per raggiungere una facile vittoria.
C’è stato un tempo in cui lo insegnavo nel dojo, ma ho smesso perchè lo trovo incompleto. Aspetterò di riprenderlo quando l’avrò migliorato.

Itsutsu-no-kata
Inoltre c’è itsutsu-no-kata. Anch’esso non è completo. I primi 2 movimenti sono ripresi da Kito-ryu, mentre i 3 successivi non esistevano nel jiu-jutsu tradizionale.

Una volta si concepiva tutto in funzione dell’attacco e della difesa; poi il contenuto divenne più importante del puro combattimento e questo era già evidente nel jiu-jutsu tradizionale.
Voglio portare un esempio per chiarire questa idea: una volta gli scambi avvenivano solo con le merci, barattando le proprie con le proprietà dell’altro. Ma si cominciò ad usare il denaro per avere le cose desiderate. All’inizio le monete erano oggetti simbolici, come certe conchiglie, l’argento e l’oro, il bronzo, il ferro; e poi si cominciò ad usare la carta che non ha valore materiale. E oggi la più usata è la carta, per comodità d’uso.
Ma c’è stato un altro passo avanti e la fiducia è diventata più importante della moneta di carta. La fiducia è una cosa invisibile che non si può toccare o stringere in pugno ma, rivelandosi utile e addirittura necessaria al commercio, è diventata ancora più importante dell’oggetto materiale.
Questa prassi è applicabile a molte situazioni.
Il jiu-jutsu, che ereditava il punto di vista del bujutsu, aveva lo scopo della vittoria in combattimento. Ma le doti utili al combattente sono la serenità, l’agilità del corpo, l’allenamento, eccetera, oltre alla forza fisica. Anzi, questi argomenti divennero così importanti, che vennero studiati nell’allenamento avanzato indipendentemente dalla ricerca della forza.
Queste caratteristiche balzano agli occhi considerando i kata di Kito-ryu e di Kyushin-ryu.
Come conseguenza certi maestri di jiu-jutsu non erano sempre vincitori nel combattimento reale (magari per ragioni di età), ma dimostravano la loro grande personalità nel kata.
Come nel commercio conta più la fiducia che lo scambio di oggetti, così è avvenuto nel jiu-jutsu, che la formazione del carattere ha acquistato più valore della vittoria in combattimento.
Una volta che si condivide questa realtà, si comprende l’importanza dello stile anche se non è finalizzato alla vittoria materiale.
Il significato delle tecniche di Itsutsu-no-kata consiste nell’interpretazione corporea dei movimenti dell’acqua, dei moti celesti e degli altri fenomeni naturali. Gli ultimi 3 hon dell’Itsutsu-no-kata interpretano questi significati.

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